Il click sentimentale

Riflessione di Fabio Gallo, Coordinatore Cittadino di Fossano e dei Gruppi Tematici Provinciali

Il click sentimentale

Perché continuiamo ad aspettare qualcuno che ci salvi

C'è una domanda che ritorna ogni volta che un nuovo protagonista conquista improvvisamente la scena politica italiana: perché questo Paese continua ad aspettare qualcuno che lo salvi?

Cambiano i nomi, le parole d'ordine, le ideologie e persino le biografie. Il meccanismo si ripete con sorprendente regolarità.

Renzi avrebbe rottamato il vecchio sistema. Grillo avrebbe aperto il Parlamento come una scatoletta di tonno. Salvini avrebbe rimesso gli italiani al primo posto. Conte avrebbe difeso il popolo. Meloni avrebbe finalmente spezzato la continuità con il passato. E già si affacciano altri, pronti a spiegare che chi li ha preceduti ha tradito, esitato o fallito.

Ogni volta una parte del Paese ci crede. Ogni volta attribuisce al nuovo arrivato poteri quasi taumaturgici. Ogni volta, poco dopo, comincia il disincanto: la stessa persona prima viene innalzata e poi disconosciuta, prima è l'unica che dice la verità, poi diventa uguale a tutte le altre.

E immediatamente ricomincia la ricerca del prossimo.

Due salvatori, non uno

Conviene però distinguere, perché le figure salvifiche che abbiamo prodotto in trent'anni non sono tutte uguali.

C'è il salvatore plebiscitario: quello che raccoglie il consenso direttamente, scavalcando le mediazioni, e che si presenta come la voce di un popolo sano contro un sistema corrotto. È la forma che conosciamo meglio e che denunciamo più volentieri.

Ma c'è anche un salvatore tecnocratico. Monti e Draghi non sono arrivati per acclamazione: sono stati chiamati dal Quirinale in emergenza, con una legittimazione parlamentare e nessuna campagna elettorale alle spalle. Per molti versi rappresentano l'esatto contrario del capo che promette di liberarsi dei vincoli.

Eppure la domanda sociale che li ha accolti era la stessa. Non «partecipiamo alla soluzione», ma «venga qualcuno a risolvere». Non un mandato, ma un affidamento.

Questa seconda tentazione riguarda da vicino chi si considera liberale o riformista, e sarebbe disonesto non dirlo. Abbiamo salutato più volte la competenza come alternativa alla politica, salvo poi stupirci che la politica, tornata al suo posto, fosse più debole di prima.

La fiducia smisurata di un Paese che non si fida

Il paradosso italiano è che il culto del leader non nasce da una grande fiducia nella politica, ma da una sfiducia quasi generalizzata.

Non ci fidiamo dei partiti, del Parlamento, della pubblica amministrazione, dei giornali, dei sindacati e spesso neppure gli uni degli altri. Consideriamo le istituzioni lente e distanti. Pensiamo che ogni mediazione nasconda un compromesso inconfessabile.

Eppure, proprio mentre diffidiamo di tutto, siamo periodicamente disposti a concedere una fiducia enorme a una sola persona. È come se alla sfiducia orizzontale corrispondesse un'ipertrofia della fiducia verticale.

Non crediamo nella possibilità di costruire insieme una soluzione, ma crediamo che qualcuno possa calarla dall'alto.

Il leader rassicura perché riduce la complessità. Dove ci sono vincoli economici, conflitti sociali e interessi contrapposti, offre una risposta semplice: «Ci penso io».

Basta eliminare la casta. Basta fermare l'immigrazione. Basta abbassare le tasse. Basta liberarsi dell'Europa. Basta affidarsi ai competenti. Basta ristabilire l'ordine.

Le parole d'ordine cambiano, la struttura resta identica.

Che cosa è finito davvero

Si dice spesso che tutto questo comincia con Berlusconi, e in parte è vero: ha portato in politica il candidato come prodotto, il partito come marchio, la televisione come luogo centrale della rappresentanza. Da allora anche molti suoi avversari ne hanno adottato il paradigma, fino a far coincidere il nome del partito con il volto del segretario.

Ma Berlusconi non ha ucciso i partiti di massa. È arrivato quando erano già morti, e non solo per Tangentopoli.

I grandi partiti popolari non erano soltanto macchine elettorali: erano sezioni, scuole di formazione, giornali, cooperative, movimenti giovanili, amministratori locali. Tra il cittadino isolato e il vertice dello Stato esisteva una rete di corpi intermedi, e persino le leadership più autorevoli dovevano fare i conti con congressi e organismi che esistevano prima di loro e sarebbero rimasti dopo. Il leader poteva cambiare senza che il partito scomparisse.

Quel mondo, però, non è stato smantellato da qualcuno: si è dissolto insieme alle condizioni che lo tenevano in piedi. Sono venute meno le due grandi sottoculture, cattolica e comunista, che fornivano appartenenza prima ancora che opinione. La secolarizzazione ha svuotato le parrocchie come luogo di socializzazione politica. La deindustrializzazione ha disperso la fabbrica, cioè il luogo dove il sindacato incontrava fisicamente le persone. La caduta del muro ha tolto la cornice a metà del campo. La televisione prima e le piattaforme poi hanno reso superfluo il passaggio dal territorio per parlare a milioni di elettori.

Nessuno ha deciso tutto questo. È accaduto.

Per questo la nostalgia serve a poco. La domanda utile non è come tornare indietro, ma che cosa oggi possa svolgere la funzione che quelle strutture svolgevano: formare, selezionare, mediare, rendere possibile il conflitto senza trasformarlo in tifoseria.

Il click sentimentale

Nel frattempo siamo andati oltre la società liquida descritta da Bauman.

La liquidità era l'indebolimento delle appartenenze stabili. A quella si è aggiunta la velocità delle piattaforme: non viviamo soltanto dentro relazioni che non conservano la propria forma, viviamo dentro un sistema che ci chiede continuamente di reagire.

Un titolo. Un video. Una frase. Un volto. Mi piace o non mi piace. Sono con lui o contro di lui. Assolvo o condanno.

È il tempo del click sentimentale: la politica non come partecipazione a un progetto, ma come successione di emozioni. Rabbia, entusiasmo, risentimento, identificazione, delusione.

Il militante è diventato follower. La sezione è stata sostituita dal profilo. Il congresso dal sondaggio. La discussione interna dalla diretta del capo. La formazione politica dal video di trenta secondi.

Si sale in vetrina grazie a una frase capace di intercettare l'umore del momento. E si scende in pochi clic, quando compare qualcuno di più nuovo, più netto o più rassicurante. La stessa macchina che costruisce un leader lo consuma con la medesima velocità.

Ed è un meccanismo che riguarda tutti: anche chi lo critica passa le proprie giornate dentro quella stessa liturgia di reazioni immediate.

La condizione difficile dei liberali

Essere liberali dentro questo tempo è particolarmente scomodo.

Il liberalismo chiede di distinguere; il click semplifica. Il liberalismo accetta il dubbio; la comunicazione politica premia la certezza ostentata. Il liberalismo considera le mediazioni una garanzia; il nostro tempo tende a considerarle un tradimento.

Un pensiero liberale serio non può promettere che una sola persona risolverà problemi accumulati in decenni. Non promette la salvezza. Promette qualcosa di apparentemente meno emozionante, ma molto più importante: impedire che qualcuno accumuli potere sufficiente per trasformare la propria promessa di salvezza nell'inferno degli altri.

Anche i liberali, però, devono riconoscere i propri errori. Hanno troppo spesso confuso la politica con l'amministrazione competente, pensando che bastassero dati corretti e soluzioni tecnicamente ragionevoli. Hanno sottovalutato il bisogno di appartenenza, protezione e riconoscimento. Hanno parlato alla ragione dimenticando il cuore.

Nel frattempo altri hanno riempito quello spazio con racconti elementari ma emotivamente potentissimi: il popolo tradito, la patria minacciata, l'identità perduta, il nemico da sconfiggere.

Il populismo non vince perché ha argomenti migliori. Vince quando trasforma paure individuali in appartenenza collettiva. E il liberalismo, troppo spesso, risponde con una tabella.

Non si difende la libertà soltanto spiegando che funziona. Bisogna anche ricordare perché merita di essere amata.

Il problema non è soltanto il leader

Sarebbe comodo attribuire ogni responsabilità a chi promette l'impossibile. Le promesse esistono perché funzionano, e funzionano su di noi.

Quando qualcuno annuncia risorse, sicurezza, crescita e protezione senza spiegare come finanziarle, la domanda da porsi è elementare: se fosse così semplice, perché chi ha governato finora non lo ha già fatto? Non sempre la risposta è che mancasse il coraggio. Spesso mancavano le risorse, le condizioni giuridiche o il consenso necessario.

Ma la complessità non conquista consenso. La promessa sì.

Il salvatore ci libera anche da una responsabilità più scomoda: quella di essere cittadini. Informarsi, associarsi, controllare chi governa, leggere un bilancio, partecipare a una riunione, accettare un compromesso. Sono attività che costano tempo e non producono nessuna gratificazione immediata - ed è esattamente per questo che le rimandiamo tutti, chi scrive compreso.

Una sera qualunque, in provincia

Vale la pena raccontare una cosa poco spettacolare.

In provincia di Cuneo sono attivi da mesi alcuni tavoli tematici: infrastrutture e trasporti, energia e ambiente, sanità e welfare, lavoro e impresa, istruzione. Ci lavorano persone di sette città diverse. Si riuniscono la sera, dopo il lavoro. Leggono delibere regionali, dati Istat, piani di rete scolastica. Discutono di come si finanzia un ospedale di comunità, di che cosa succede a una scuola di montagna quando scende sotto la soglia minima di alunni, di quanto costa davvero un appalto per un servizio sociale.

Non c'è nessuna telecamera. Nessuno di quei documenti diventerà virale. Alcuni non li leggerà quasi nessuno.

Eppure è esattamente così che si fa quello che i partiti di massa facevano e nessuno fa più: si studiano i problemi, si selezionano le persone che sanno di che cosa parlano, si impara a decidere insieme accettando che la propria posizione esca modificata dalla discussione.

Forse non produrrà un leader. Produrrà qualcosa di più utile: qualche centinaia di persone che, davanti a una promessa impossibile, sapranno riconoscerla.

Ricostruire la cittadinanza

Il vero problema italiano non è la mancanza del leader giusto. È l'illusione che un leader possa sostituire una società civile viva, partiti democratici, istituzioni solide e cittadini competenti.

Una democrazia adulta può avere leader autorevoli, ma non li trasforma in salvatori: assegna loro un mandato limitato, li giudica sui risultati e li sostituisce senza considerarli prima messia e poi traditori.

Per uscirne non basta cambiare la legge elettorale o trovare un nuovo capo. Bisogna tornare a costruire appartenenze che non siano tifoserie e leadership che non siano proprietà personali. E il liberalismo deve ritrovare una propria passione civile: la dignità della persona, l'indignazione verso l'abuso di potere, l'orgoglio di essere cittadini e non sudditi, la tutela di chi dissente.

La libertà non è freddezza, né il semplice diritto di farsi gli affari propri. È la possibilità di vivere insieme senza che nessuno possa impadronirsi interamente delle nostre vite.

La domanda, allora, non è soltanto perché continuiamo a credere al primo salvatore che arriva. È un'altra, più scomoda: perché abbiamo smesso di credere nella possibilità di costruire insieme qualcosa di serio, preferendo credere ogni volta in qualcuno?

Il click è gratis e dura un secondo. La cittadinanza costa tempo e non si vede.

Finché sceglieremo il primo, continueremo a consumare uomini e donne della provvidenza: li porteremo in vetrina, li applaudiremo, li disconosceremo e infine li sostituiremo.

Sempre in attesa del prossimo.

Persone coinvolte

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